sabato 23 marzo 2013

Primo Levi: mestieri


Ne La chiave a stella,  quello che lui stesso definisce il suo "primo lavoro professionale", pubblicato nel  1978, Primo Levi crea il personaggio di Faussone, un montatore italiano all'estero che, durante un incarico di lavoro lontano da casa, l'autore incontra ogni sera, al termine della giornata, e che gli racconta di sé e delle sue esperienze in giro per il mondo. 

Nel capitolo intitolato Tiresia, i due si confrontano sui rispettivi mestieri, anzi, sui loro tre mestieri (Levi ne ha due, quello di chimico e quello di scrittore), e su quali ne sono le caratteristiche e le difficoltà, le differenze e le somiglianze.

Con queste parole l'autore parla del lavoro dello scrittore, confrontandolo con quello di montatore:
Quanto è ostinata l'illusione ottica che ci fa sempre sembrare meno amare le cure del vicino e più amabile il suo mestiere! Gli ho risposto che fare confronti è difficile; che tuttavia, avendo fatto anche mestieri simili al suo, gli dovevo dare atto che lavorare stando seduti, al caldo e a livello del pavimento, è un bel vantaggio; ma che, a parte questo, e supponendo che  mi fosse lecito parlare a nome degli scrittori propriamente detti, le giornate balorde capitano anche a noi. Anzi: ci capitano più sovente, perché è più facile accertarsi se è "in bolla d'aria" una carpenteria metallica che non una pagina scritta; così può capitare che uno scriva con entusiasmo una pagina, o anche un libro intero, e poi si accorga che non va bene, che è pasticciato, sciocco, già scritto, mancante, eccessivo, inutile; e allora si rattristi, e gli vengano delle idee sul genere di quelle che aveva lui quella sera, e cioè mediti di cambiare mestiere, aria e pelle, e magari di mettersi a fare il montatore. Ma può anche capitare che uno scriva delle cose, appunto, pasticciate e inutili (e questo accade sovente) e non se ne accorga o non se ne voglia accorgere, il che è ben possibile, perché la carta è un materiale troppo tollerante. le puoi scrivere sopra qualunque enormità e non protesta mai: non fa come il legname delle armature nelle gallerie di miniera, che scricchiola quando è sovraccarico e sta per venire il crollo. Nel mestiere di scrivere la strumentazione e i segnali d'allarme sono rudimentali: non c'è neppure un equivalente affidabile della squadra e del filo a piombo. Ma se una pagina non va se ne accorge chi legge, quando ormai è troppo tardi, e allora si mette male: anche perché quella pagina è opera tua e solo tua, non hai scuse né pretesti, ne rispondi appieno.
Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi 1991, pp.46-47
Dopo aver raccontato a Faussone la storia di Tiresia che, essendo stato sia uomo sia donna, ha potuto esprimere un giudizio su quale delle due condizioni sia migliore, così l'autore termina il capitolo:
Ho spiegato a Faussone che uno dei grandi privilegi di chi scrive è proprio quello di tenersi sull'impreciso e sul vago, di dire e non dire, di inventare a man salva, fuori di ogni regola di prudenza: tanto, sui tralicci che costruiamo noi non passano i cavi ad alta tensione, se crollano non muore nessuno, e non devono neppure resistere al vento. siamo insomma degli irresponsabili, e non si è mai visto che uno scrittore vada sotto processo o finisca in galera perché le sue strutture si sono sfasciate. Ma gli ho anche detto che sì, forse me n'ero accorto solo raccontandogli quella storia, un po' Tiresia mi sentivo, e non solo per la duplice esperienza: in tempi lontani anch'io mi ero imbattuto negli dèi in lite fra loro; anch'io avevo incontrato i serpenti sulla mia strada, e quell'incontro mi aveva fatto mutare condizione donandomi uno strano potere di parola: ma da allora, essendo un chimico per l'occhio del mondo, e sentendomi invece sangue di scrittore nelle vene, mi pareva di avere in corpo due anime, che sono troppe. E che non stesse a sofisticare perché tutto questo paragone era stiracchiato: lavorare al limite della tolleranza, o anche fuori tolleranza, è il bello del nostro mestiere.
Noi, al contrario dei montatori, quando riusciamo una tolleranza a sforzarla, a fare un accoppiamento  impossibile, siamo contenti e veniamo lodati.
Faussone, a cui in altre sere io ho raccontato tutte le mie storie, non ha sollevato obiezioni né ha fatto altre domande, e del resto l'ora era ormai troppo tarda per dare fondo alla questione. Tuttavia, forte della mia condizione di esperto in entrambe le veneri, e quantunque lui fosse visibilmente insonnolito, ho cercato di chiarirgli che tutti e tre i nostri mestieri, i due miei e il suo, nei loro giorni buoni possono dare la pienezza. Il suo, e il mestiere chimico che gli somiglia, perché insegnano a essere interi, a pensare con le mani e con tutto il corpo, a non arrendersi davanti alle giornate rovescie ed alle formule che non si capiscono, perché si capiscono poi per strada: ed insegnano infine a conoscere la  materia ed a tenerle testa. Il mestiere di scrivere, perché concede (di rado: ma pure concede) qualche momento di creazione, come quando in un circuito spento ad un tratto passa corrente, ed allora una lampada si accende, o un indotto si muove.
Siamo rimasti d'accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere del veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso "forse un altro non ci sarebbe riuscito".
pp. 51-52
E non si potrebbero trovare parole più belle per esprimere il rispetto e l'amore per il lavoro e il proprio mestiere, qualunque esso sia.

domenica 17 marzo 2013

Disattenzione

A scuola i ragazzi perdono un po' di tutto: soldi (li perdono o dicono che qualcuno li ruba), libri, per non dire di quaderni, penne, matite, materiale di cancelleria.

I soldi li chiedono ai genitori. Dei libri generalmente non gli importa (e poi servono a giustificarsi...).

Mai però che perdano (o qualcuno rubi loro) cellulare, smart phone, iphone o roba del genere.

Mai.

domenica 10 marzo 2013

Australia Italia via Skype (1)


Mio figlio T. è ora in Australia,  a Sidney.
E' approdato lì da pochi giorni e ieri abbiamo avuto la prima conversazione via Skype.
Sono le prime impressioni di un ragazzo di 21 anni partito da solo e arrivato agli antipodi di casa sua.
Piene di ironia. Ma non solo.

L'Australia e gli australiani sono ricchi.
La classe media sembra essere composta esclusivamente di stranieri. E tutta la manovalanza è straniera.

Da lì si capisce che gli italiani sono i più poveri tra gli europei, seguiti solo dai greci, che però praticamente hanno esaurito tutte le loro quote anche di working holiday visa e non possono più entrare.
"Gira voce che i prossimi saranno gli italiani"
ci ha detto. E ha fatto una certa impressione.

Ha raccontato poi dell'impiegato di banca, in centro, per le pratiche di attivazione del conto: originario del Bangladesh, gli ha parlato dei suoi connazionali che sono andati e vanno in Italia, e di come lui sia nato a Capri, da genitori di passaggio, abbiamo dedotto.

Mi ha colpito molto una frase che ha usato T. nel raccontare l'episodio:
"Ti accorgi di come tutto è relativo"
E credo che se il viaggio in Australia fosse servito anche soltanto a capire questo, ne sarebbe già valsa la pena.

domenica 3 marzo 2013

La scuola nella nuvola

L'ho trovata qui.
Si intitola Costruire una scuola nella nuvola.
E' la "chiacchierata", affascinante e visionaria, tenuta da Sugata Mitra, vincitore del premio TED 2013, sulla sua visione e il suo sogno di scuola del futuro.
Anche se non conoscete bene l'inglese, provate a guardare il video, magari assieme ad altre due o tre persone che come voi non capiscono l'inglese, aiutandovi con le risorse di un computer connesso a internet e con una "nonna" accanto che vi incoraggia e si complimenta con voi per la vostra abilità; provate a guardarlo con occhi curiosi e desiderio di capire cosa possa mai essere questa scuola nella nuvola di cui parla l'autore della conversazione... e i risultati forse vi sorprenderanno.

Perché questo racconta Sugata Mitra nel video, una scuola in cui gli insegnanti non ci sono o quasi e i bambini imparano da soli, insegnandosi a vicenda, spinti dalla loro curiosità, dalla gioia di scoprire cose nuove e dall'incoraggiamento di un'insegnante che è come una "nonna" e fa quello che fanno le nonne, rimane affascinata dalle capacità e dalla bravura dei bambini, li loda e li incoraggia: "Wow! Come hai fatto? Io non sarei mai riuscita a fare una cosa del genere! Fammi vedere!".

La storia del Buco nel muro raccontata dall'autore è davvero affascinante.
E le implicazioni del suo esperimento e delle sue conclusioni sono rivoluzionarie (e anche parecchio inquietanti,  però): "Il sapere è diventato obsoleto? Se tutto ciò che serve conoscere si può trovare in pochi minuti, a che serve la scuola?". 

Alcune risposte: "Se si passa da un sistema basato sulle minacce e sullo stress da prestazione, quello del vecchio modello di scuola ormai privo di senso e obsoleto, ad un sistema basato sull'incoraggiamento, fiorisce il piacere di imparare".
"L'apprendimento è il prodotto di un'auto-organizzazione educativa. Se permettiamo al processo educativo di auto-organizzarsi, allora emerge l'apprendimento. Non si tratta di farlo accadere, ma di lasciarlo accadere. L'insegnante mette in moto il processo e poi si fa da parte e osserva con stupore l'apprendimento realizzarsi".

Nella scuola di domani, l'avventura intellettuale è guidata dalle domande, le grandi domande dell'uomo che guarda il cielo e si chiede cosa sia.